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l'Unità
19.03.2004
Editoriali

Dalla storia non si evade
di Corrado Stajano

Nel 1953, ai tempi della legge truffa, Piero Calamandrei scrisse una della sue famose epigrafi in nome della Resistenza: «Sono tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna». Nel mezzo secolo passato hanno tentato di ricomparire più volte quei fantasmi della nostra vergogna, bisogna dire. Adesso rispuntano mascherati, sdoganati, riammessi in società: «Chiederanno la parola/avremo tanto da imparare/manganelli pugnali patiboli/vent’anni di regime due anni di carneficine/i briganti neri sugli scanni i giusti alla tortura».

Ma qualche volta la dignità e anche il senso comune riescono ad avere il sopravvento. Proprio il giorno della strage di Madrid è uscita (su pochi giornali) la notizia che il Tribunale civile di Milano ha respinto il ricorso del capitano delle SS Erich Priebke. Priebke si era ritenuto offeso dalle pagine del libro di uno scrittore argentino, Uki Goñi, Operazione Odessa, pubblicato da Garzanti, e ne chiedeva il sequestro. Il libro, tra l’altro, è uscito in Spagna, in Inghilterra e, nel 2002, in Sudamerica, compresa l’Argentina, dove Priebke era fuggito nel 1948 con l’aiuto della Croce Rossa e del Vaticano che gli avevano fornito un lasciapassare falso e dove aveva vissuto per quasi cinquant’anni. Scoperto nel 1994 su segnalazione del Centro Simon Wiesenthal, era stato estradato l’anno successivo e imprigionato nel carcere militare di Roma.

Dopo un tormentato iter giudiziario, Priebke è stato condannato nel 1998, con sentenza definitiva, all’ergastolo per il reato di «concorso in violenza con omicidio continuato in fatto di cittadini italiani per avere, quale appartenente alle forze armate tedesche, nemiche dello Stato italiano, in concorso con Kappler Herbert ed altri militari tedeschi (già giudicati), con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso ed agendo con crudeltà verso le persone, cagionato la morte di 335 persone, per lo più cittadini italiani, militari e civili, che non prendevano parte alle operazioni belliche, con premeditata esecuzione a mezzo colpi di arma da fuoco. In Roma, località “Cave Ardeatine”, in data 24 marzo 1944».

Priebke, 91 anni, non è in carcere, ma vive agli arresti domiciliari presso un amico. Mentre era in corso la causa milanese, i sodali del capitano nazista hanno cercato di organizzare a Roma una manifestazione pubblica per reclamare la sua liberazione. Il presidente Ciampi ha detto con fermezza che non concederà la grazia al capitano. E ha fatto bene il sindaco Veltroni a negare l’autorizzazione al comizio. Non sarebbe certo stata un’alzata di spalle il giusto atteggiamento da tenere. Non si pretende neppure che il capitano sia pentito. Sì, è un vecchio, e si potranno trovare i modi per rimandarlo al suo Paese. Senza dimenticare mai che quella condanna arrivata dopo decenni è altamente simbolica. Che quel che accadde supera anche nell’immaginazione ogni limite di ferocia; che sono state violate gravemente le regole che anche in guerra esistono o dovrebbero esistere. È stato un mostruoso delitto contro l’umanità.

E poi bisogna prestare attenzione a quel che sta facendo Priebke in questi anni. Non è una persona quieta e remissiva, è sempre e ancora il nazista fanatico di un tempo. Ha intentato o ha in corso 16-17 cause contro giornali, periodici, case editrici che l’avrebbero diffamato con articoli e libri. Che avrebbero violato l’onore - quali significati possono assumere le parole! - dell’ufficiale che quel giorno teneva tra le mani la lista degli innocenti, (compresi 75 ebrei incarcerati in attesa di essere inviati nei lager), li mandava a morire a cinque a cinque, segnava, cancellava i nomi come un ragioniere della morte.

Ne uccise due con le proprie mani. E ne fece uccidere cinque in più del numero deciso: non per errore, ma «al fine di eliminare testimoni pericolosi» e di «non lasciare tracce», come la Suprema corte di Cassazione ha scritto nella sentenza del 16 novembre 1998. Il capitano delle SS ha avuto anche l’impudenza di citare in giudizio la figlia di una delle vittime delle Ardeatine, Rosina Stame che nell’intervista a un giornale aveva parlato delle torture inflitte a suo padre in via Tasso. E il Tribunale civile di Roma, l’anno scorso, ha dato ragione a Priebke, senza tenere in alcun conto le sentenze del Tribunale penale di Roma, della Corte d’appello di Roma e della Cassazione che documentano le responsabilità dell’uomo a capo del macello di via Tasso dove sono passati in tanti, militari e comunisti, soprattutto, che sui muri hanno inciso con le unghie i loro messaggi, graffiti di dolore e di coraggio.

Non è stata l’unica sentenza favorevole a Priebke, quella del Tribunale civile di Roma. Uno stillicidio, piuttosto. E l'insistenza disperata e disperante del capitano nazista non può non far pensare a un disegno politico di genere negazionista, a una beffa minimizzatrice dell'orrenda strage delle Ardeatine. Complice il formalismo giuridico che non tiene conto della verità complessiva e accertata.

A Milano, invece, Erich Priebke non ha avuto ascolto. L’avvocato della casa editrice, Laura Cavallari, ha usato intelligenza e rigore e ha smontato ad una ad una le pretese del vecchio nazista offrendo le prove che hanno dimostrato ancora una volta come si sono svolti quei fatti atroci. Il giudice Cesare De Sapia le ha dato ragione. Priebke sarà rimasto deluso. I libri, almeno per ora, qui da noi, non si possono bruciare come nella Germania nazista della sua gioventù.


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